https://soundcloud.com/obbligo-di-frequenza/obbligo-di-frequenza-il-r-eat-ing-della-ii-c
Grazie a Lorenzo Canali per la splendida esperienza, e grazie agli universitari - dj che ci hanno ospitati nella loro trasmissione, Obbligo di frequenza, per una divertente chiacchierata!
La seconda C del Liceo Classico "Volta" di Como nell'anno scolastico 2014 / 2015 propone una selezione di brani, tratti dalla letteratura di tutti i tempi, che hanno come oggetto una riflessione sul rapporto fra uomo e cibo.
domenica 31 maggio 2015
martedì 12 maggio 2015
Il fast food: profezia apocalittica e realtà alienante. Sergej Luk'janenko e Giuseppe Abbamonte
Sergej Luk'janenko è fra i più apprezzati scrittori di fantascienza contemporanei, e in questo brano, tratto dal romanzo Trix Solier, L'apprendista mago, il suo intento dichiarato non è tanto coinvolgere in una storia avventurosa, ma presentare una distopia come profezia che presto si potrebbe avverare anche nel mondo reale.
L'invenzione del fast food può essere considerata uno scontro fra tradizione e innovazione. Le nuove generazioni, che adattano la loro vita ad un ritmo frenetico, trovano invitante l'idea di poter preparare e consumare il cibo senza rallentare la corsa, ma si dimenticano in questo modo il piacere dei pasti in compagnia, dove si rimane seduti a gustare il sapore del cibo e concedersi un'ora di pausa.
"Grazie!" fece il mago. "Mi spieghi cosa c'è di male a preparare un pollo alla vecchia maniera?"
"Niente!" replicò il giovane cuoco. "Ma se ne potrebbero preparare tanti in pochissimo tempo!"
"I soliti giovani!" commentò Sauerampfer. "Tutto va fatto in fretta efuria!Ma hai mai riflettuto sulle conseguenze di quella invenzione? In ogni angolo della città spunterebbe un venditore di polli allo spiedo!"
"E che ci sarebbe di male?" domandò Domac meravigliato. "La gente potrebbe procurarsi da mangiare senza dover aspettare più di tanto!"
"Ma non dimenticare che ogni cibo ha bisogno di tempo" osservò il mago addentando il suo cosciotto. La cosa più invitante per una persona affamata è proprio il fatto di mettersi a tavola, chiacchierare, divertirsi e bere birra o vino. E' solo dopo aver consumato un bel pranzo lungo e squisito, e condito per giunta da discorsi interessanti, che una persona si alza da tavola allegra e soddisfatta. Ma che succederebbe se tutto questo fosse rimpiazzato da una ruota delle meraviglie? Avresti sempre la parola "veloce" in bocca. E credimi, è una parola pericolosa!" (...)
"Che incubo!" esclamò il mago con voce lamentosa. "Ma ti rendi conto di cosa potrebbe accadere a un popolo che si nutra di cose del genere? La gente comincerebbe a mangiare in movimento e finirebbe per rovinarsi lo stomaco. Quindi, con il tempo, inizierebbe ad avere problemi di digestione, ingrasserebbe a dismisura, si rovinerebbe il carattere, potrebbe pure dire addio ai denti e finirebbe per deprimersi. E poi se si comincia con il mangiare in movimento, si rischia di fare tutto in fretta e furia. E ci si ritroverebbe una società in cui gli uomini non hanno più il tempo per pensare. "
"Tanto prima o poi faranno tutti così" dichiarò Domac. "Il progresso non si può arrestare!"
"Speriamo accada il più tardi possibile" tuonò Sauerampfer. "E soprattutto non nei tempi in cui viviamo!"
Giuseppe Abbamonte non è un autore famoso, e la sua "Poesia del fast food" non è composta con uno stile elevato, ma è l'osservazione schietta di chi si trova davanti a una globalizzazione a 360 gradi, che coinvolge perfino il cibo, lo trasforma in fast food, spesso plastica in pezzi di pane, o negli “all you can eat”, in cui si mangia fino a scoppiare. Spesso, quando si è all'estero, non si cercano più i ristoranti tradizionali e le cucine tipiche del luogo; non importano il gusto o la qualità, ormai si è sempre alla ricerca di cibi veloci, ma giganti, per pasti veloci, ma necessari, che riflettono le necessità di un'umanità sempre di corsa, indaffarata, che non ha più tempo nemmeno per pensare.
A
questo proposito, il poeta ci invita a non far diventare una “fast
life” la vita, come abbiamo invece fatto con il cibo; siamo esortati a
godere ogni momento dell'esistenza, perché è una e non possiamo
permetterci di farne un gigantesco bolo di emozioni indistinte, di cui,
in futuro, non potremo far altro che pentirci di non aver vissuto.
L'invenzione del fast food può essere considerata uno scontro fra tradizione e innovazione. Le nuove generazioni, che adattano la loro vita ad un ritmo frenetico, trovano invitante l'idea di poter preparare e consumare il cibo senza rallentare la corsa, ma si dimenticano in questo modo il piacere dei pasti in compagnia, dove si rimane seduti a gustare il sapore del cibo e concedersi un'ora di pausa.
"Grazie!" fece il mago. "Mi spieghi cosa c'è di male a preparare un pollo alla vecchia maniera?"
"Niente!" replicò il giovane cuoco. "Ma se ne potrebbero preparare tanti in pochissimo tempo!"
"I soliti giovani!" commentò Sauerampfer. "Tutto va fatto in fretta efuria!Ma hai mai riflettuto sulle conseguenze di quella invenzione? In ogni angolo della città spunterebbe un venditore di polli allo spiedo!"
"E che ci sarebbe di male?" domandò Domac meravigliato. "La gente potrebbe procurarsi da mangiare senza dover aspettare più di tanto!"
"Ma non dimenticare che ogni cibo ha bisogno di tempo" osservò il mago addentando il suo cosciotto. La cosa più invitante per una persona affamata è proprio il fatto di mettersi a tavola, chiacchierare, divertirsi e bere birra o vino. E' solo dopo aver consumato un bel pranzo lungo e squisito, e condito per giunta da discorsi interessanti, che una persona si alza da tavola allegra e soddisfatta. Ma che succederebbe se tutto questo fosse rimpiazzato da una ruota delle meraviglie? Avresti sempre la parola "veloce" in bocca. E credimi, è una parola pericolosa!" (...)
"Che incubo!" esclamò il mago con voce lamentosa. "Ma ti rendi conto di cosa potrebbe accadere a un popolo che si nutra di cose del genere? La gente comincerebbe a mangiare in movimento e finirebbe per rovinarsi lo stomaco. Quindi, con il tempo, inizierebbe ad avere problemi di digestione, ingrasserebbe a dismisura, si rovinerebbe il carattere, potrebbe pure dire addio ai denti e finirebbe per deprimersi. E poi se si comincia con il mangiare in movimento, si rischia di fare tutto in fretta e furia. E ci si ritroverebbe una società in cui gli uomini non hanno più il tempo per pensare. "
"Tanto prima o poi faranno tutti così" dichiarò Domac. "Il progresso non si può arrestare!"
"Speriamo accada il più tardi possibile" tuonò Sauerampfer. "E soprattutto non nei tempi in cui viviamo!"
Giuseppe Abbamonte non è un autore famoso, e la sua "Poesia del fast food" non è composta con uno stile elevato, ma è l'osservazione schietta di chi si trova davanti a una globalizzazione a 360 gradi, che coinvolge perfino il cibo, lo trasforma in fast food, spesso plastica in pezzi di pane, o negli “all you can eat”, in cui si mangia fino a scoppiare. Spesso, quando si è all'estero, non si cercano più i ristoranti tradizionali e le cucine tipiche del luogo; non importano il gusto o la qualità, ormai si è sempre alla ricerca di cibi veloci, ma giganti, per pasti veloci, ma necessari, che riflettono le necessità di un'umanità sempre di corsa, indaffarata, che non ha più tempo nemmeno per pensare.
A
questo proposito, il poeta ci invita a non far diventare una “fast
life” la vita, come abbiamo invece fatto con il cibo; siamo esortati a
godere ogni momento dell'esistenza, perché è una e non possiamo
permetterci di farne un gigantesco bolo di emozioni indistinte, di cui,
in futuro, non potremo far altro che pentirci di non aver vissuto.
Più o meno vuole dir “veloce pranzo”:
tu entri e punti dritto dritto al banco,
trovi un ragazzo che, col fare stanco,
ti serve pane con "trita di manzo".
Lo porti al tavolino, lì l’addenti,
in un minuto l’hai finito tutto.
Il gusto non sai dir s’è buono o brutto
perché il sapore manco più lo senti.
S’è solo per il pranzo questo modo
di vivere la vita può anche andare.
Puoi al gusto del tuo vitto rinunciare
s’era di pastasciutta oppur di brodo,
ma quest’alimentare uso perverso
mai al resto della vita va applicato!
Ogni suo istante appieno va gustato,
nessun momento deve andar disperso.
giovedì 30 aprile 2015
Il cibo come eccesso ed esibizione: Petronio Arbitro e Luigi Pulci
L'autore latino del I secolo dopo Cristo, Petronio Arbitro,
nel Satyricon propone un episodio grottesco: il ricco padrone, Trimalcione,
liberto così facoltoso da avere un trombettiere personale che segnala le ore
del giorno, offre ai convitati un banchetto, in cui lusso, sfarzo ed eccessi
fanno da padroni. La volgarità e l’ostentazione paiono le sue cifre caratteristiche: il liberto mette in atto un vero e proprio spettacolo, fatto di trovate e colpi di scena, governati dal cattivo gusto.
Il passo propone il momento culminante della cena: sulla tavola viene portato un cinghiale con due cesti di palme e datteri appesi alle zanne, dei cinghialetti appesi alle mammelle e degli uccelli che, una volta aperto il fianco, si liberano dal suo ventre.
Con il suo realismo comico, Petronio intende offrire una rappresentazione parodisticamente deformata della realtà dei liberti arricchiti, che l’autore osserva con divertito distacco, e che ha molti punti di contatto con lo spreco presente sulle tavole dei ricchi dei nostri tempi.
[40] « Perfetto! » esclamiamo a una voce, e,
alzate le mani al soffitto, giuriamo che Ipparco ed Arato non erano personaggi
da paragonare con lui, finché non intervennero i servi a distendere sui letti
dei copriletti ricamati, in cui c'erano reti e vedette alla posta con spiedi e
tutta l'attrezzatura per la caccia. Né ancora capivamo dove si andasse a
parare, quando fuori dal triclinio si levò un gran baccano, ed ecco che cani
della Laconia incominciarono a correre per ogni verso senza risparmiare neppure
la tavola. Li seguiva un'alzata, dov'era deposto un cinghiale di prima grandezza
e con tanto di berretto, dalle cui zanne pendevano due canestrini intrecciati
di palme, uno pieno di datteri freschi, l'altro di datteri secchi. Intorno poi
dei cinghialetti di pasta dura, come appesi alle mammelle, stavano ad indicare
che si trattava di una femmina. E questi, a differenza del resto, servirono da
apoforeti. Intanto, a trinciare il cinghiale, non si presentò quello Scalca che
prima aveva fatto a pezzi i capponi, ma un gigante dalla gran barba, avvolto di
fasce le gambe e coperto di un mantelletto multicolore, che, impugnato il
coltello da caccia, lo immerse con forza nel fianco del cinghiale, dalla cui
ferita uscì un volo di tordi. C'erano lì pronti con le canne gli uccellatori e
li catturarono sul momento mentre svolazzavano per il triclinio. Poi, dopo aver
fatto consegnare a ciascuno il suo, aggiunse Trimalcione: « E adesso guardate
quel porco selvatico che ghiande delicate si mangiava ». Immediatamente i
valletti si accostarono ai canestrini che pendevano dalle zanne e divisero in
parti uguali tra i convitati datteri secchi e datteri freschi.
Nel brano,
tratto dal poema eroicomico Morgante, Luigi Pulci descrive l’incontro tra Morgante e Margutte, due giganti,
accomunati dalla dismisura, che li spinge a guardare alla vita da una prospettiva
diversa da quella abituale, alla rovescia, tanto da
capovolgere i valori consueti: il credo cristiano viene sostituito, in Margutte, dal credo
gastronomico. L’unico motivo per cui valga la pena vivere è il cibo,
tanto che Margutte non riconosce alcuna altra fede.
114 Disse Morgante: - Tu sia il ben
venuto:
ecco
ch’io arò pure un fiaschetto allato,
che da due giorni in qua non ho beuto;
e se con meco sarai accompagnato,
io ti farò a camin quel che è dovuto.
Dimmi più oltre: io non t’ho domandato
se se’ cristiano o se se’ saracino,
o se tu credi in Cristo o in Apollino. -
115 Rispose allor Margutte: - A dirtel tosto,
io non credo più al nero ch’a l’azzurro,
ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto;
e credo alcuna volta anco nel burro,
nella cervogia, e quando io n’ho, nel mosto,
e molto più nell’aspro che il mangurro;
ma sopra tutto nel buon vino ho fede,
e credo che sia salvo chi gli crede;
che da due giorni in qua non ho beuto;
e se con meco sarai accompagnato,
io ti farò a camin quel che è dovuto.
Dimmi più oltre: io non t’ho domandato
se se’ cristiano o se se’ saracino,
o se tu credi in Cristo o in Apollino. -
115 Rispose allor Margutte: - A dirtel tosto,
io non credo più al nero ch’a l’azzurro,
ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto;
e credo alcuna volta anco nel burro,
nella cervogia, e quando io n’ho, nel mosto,
e molto più nell’aspro che il mangurro;
ma sopra tutto nel buon vino ho fede,
e credo che sia salvo chi gli crede;
116 e credo nella torta e nel tortello:
l’uno è la madre e l’altro è il suo figliuolo;
e ’l vero paternostro è il fegatello,
e posson esser tre, due ed un solo,
e diriva dal fegato almen quello.
l’uno è la madre e l’altro è il suo figliuolo;
e ’l vero paternostro è il fegatello,
e posson esser tre, due ed un solo,
e diriva dal fegato almen quello.
giovedì 23 aprile 2015
La cucina del futuro: Filippo Tommaso Marinetti
Il “Manifesto della cucina futurista” di Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del Futurismo italiano, è stato pubblicato il 20 gennaio 1931. Questo movimento si sviluppa in Italia nel XX secolo in ambito artistico, culturale, letterario e persino nella gastronomia, dove il dinamismo, la ricerca di “un nuovo giudicato da tutti pazzesco” sono gli ingredienti necessari. Lo scopo della cucina futurista è oltrepassare la tradizione e l’esempio passato, per proiettarci in un “nuovo” giudicato da tutti pazzesco, interessato non solo alla riduzione del costo della vita, ma anche alla scoperta di una dieta più equilibrata. Infatti, come viene sottolineato da Marinetti, “si pensa si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia”. In questo brano, il piatto preso in discussione è la pasta, sconsigliata rispetto a piatti nutrizionalmente migliori.
Invito alla chimica
Invitiamo la chimica al dovere di dare presto al corpo le calorie necessarie mediante equivalenti nutritivi gratuiti di Stato, in polvere o pillole, composti albuminoidei, grassi sintetici e vitamine. Si giungerà così ad un reale ribasso del prezzo della vita e dei salari con relativa riduzione delle ore di lavoro.
La gola, simbolo del vizio dell'avidità: Dante
Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
che da l’ossa la pelle s’informava. 24
Non credo che così a buccia strema
Erisìttone fosse fatto secco,
per digiunar, quando più n’ebbe tema. 27
Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
la gente che perdé Ierusalemme,
quando Maria nel figlio diè di becco!’ 30
Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
ben avria quivi conosciuta l’emme. 33
Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
sì governasse, generando brama,
e quel d’un’acqua, non sappiendo como? 36
Già era in ammirar che sì li affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama, 39
ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?». 42
Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
ciò che l’aspetto in sé avea conquiso. 45
Questa favilla tutta mi raccese
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese. 48
«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
che mi scolora», pregava, «la pelle,
né a difetto di carne ch’io abbia; 51
ma dimmi il ver di te, di’ chi son quelle
due anime che là ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle!». 54
«La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
mi dà di pianger mo non minor doglia»,
rispuos’io lui, «veggendola sì torta. 57
Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
non mi far dir mentr’io mi maraviglio,
ché mal può dir chi è pien d’altra voglia». 60
Ed elli a me: «De l’etterno consiglio
cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
rimasa dietro ond’io sì m’assottiglio. 63
Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e ‘n sete qui si rifà santa. 66
Di bere e di mangiar n’accende cura
l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura. 69
E non pur una volta, questo spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovrìa dir sollazzo, 72
ché quella voglia a li alberi ci mena
che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
quando ne liberò con la sua vena». 75
Frutta, pane, miele: alimenti eterni. Wisława Szymborska, Pablo Neruda, Federico Garcìa Lorca
Ecco la poesia del premio Nobel polacco Wisława Szymborska,
“Il Melo”.
W raju majowym, pod piękną jabłonką,
Co się kwiatami, jak śmiechem zanosi,
pod nieświadomą dobrego i złego,
pod wzruszającą na to gałęziami,
pod niczyją, ktokolwiek powie o niej moja;
pod obciążoną tylko przeczuciem owocu,
pod nieciekawą, który rok, jaki kraj,
co za planeta i dokąd się toczy,
pod tak mało mi krewną, tak bardzo mi inną,
że ani nie pociesza mnie, ani przeraża,
pod obojętną, cokolwiek się stanie,
pod drżącą z cierpliwości każdym listkiem,
pod niepojętą, jakby mi się śniła,
albo śniło się wszystko oprócz niej
zbyt zrozumiale i zarozumiale –
pozostać jeszcze, nie wracać do domu.
Do domu wracać chcą tylko więźniowie.
TRADUZIONE ITALIANA
Nel mese di maggio, sotto un bel melo
Che scoppia di fiori come di risate,
che è incosciente del bene e del male,
e scrolla in proposito i suoi rami,
che è di nessuno, chiunque sia che dice di lui “mio”:
gravato solo dal presentimento del frutto,
che non è curioso di sapere quale anno, paese,
quale pianeta e verso dove rotoli,
che è così poco a me parente, e così estraneo
da non consolarmi né spaventarmi,
che è indifferente, qualunque cosa accada,
tremante di pazienza con ogni fogliolina,
o sognassi tutto eccetto lui,
un tutto troppo trasparente e arrogante –
restare ancora, non tornare a casa.
A casa vuole tornare solo il prigioniero.
Pablo Neruda, durante gli anni del suo esilio, soggiornò spesso in Italia, e in molte poesie ne lodò le bellezze e la fertilità . In questo breve componimento, il poeta cileno ricorda il soggiorno appena fuori Roma, nella cittadina di Frascati, quando era ancora visibilmente segnata dalle brutalità della guerra. Pur facendo intendere, nei primi versi della poesia, la sua angoscia nel confrontarsi con i segni lasciati da essa, ci rende partecipi del modo in cui i frutti della terra siano riusciti ad avvolgerlo in un velo di pace e spensieratezza, completamente estraneo alle tragedie della guerra. Questa poesia può essere definita un inno al cibo, in quanto ne vengono decantate le origini ed è descritto come medicina per l’anima, oltre che nutrimento per il corpo.
I frutti
da L’uva e il vento
Lì a Frascati
i muri bucherellati
dalla morte,
gli occhi della guerra alle
finestre,
però la pace mi riceveva
con un sapore d’olio e di vino,
mentre tutto era semplice come il
paese
che mi offriva
il suo tesoro verde:
le piccole olive,
freschezza, sapore puro,
misura deliziosa,
capezzolo del giorno azzurro,
amore terrestre.
L'ode di Neruda Il pane trasmette non solo il gusto del cibo, risvegliando in noi la voglia di assaporare ancora più intensamente certi sapori, ma contiene anche dei messaggi, a volte palesi, a volte velati, riguardo il vero valore della vita, presente nelle cose semplici e raggiungibili da chiunque, se solo aprissimo gli occhi.
Origine di ogni cosa, che per ognuno arriverà, perché di tutti, e che ogni persona unisce, il pane è metaforicamente il sapore delle cose semplici. In questo momento tutti avremmo bisogno di pane, per riscoprire il valore delle cose essenziali, come la terra, da cui ogni cosa ha origine, e l’amore, motore del mondo. Sarebbe bello eliminare i confini e scoprire che la terra è di tutti, senza limitazioni, perché la vita dovrebbe essere maggiormente condivisa, come certi sapori veri.

“Dal mare e dalla terra faremo pane,
coltiveremo a grano la terra e i pianeti,
il pane di ogni bocca,
di ogni uomo,
ogni giorno
arriverà perché andammo a seminarlo
e a produrlo non per un uomo
ma per tutti,
il pane, il pane
per tutti i popoli
e con esso ciò che ha
forma e sapore di pane
divideremo:
la terra,
la bellezza,
l’amore,
tutto questo ha sapore di pane.”
Pablo Neruda
Il miele è dolce, come ribadisce più volte la poesia "Il canto del miele" di Federico Garcìa Lorca, eppure contiene in sé un retrogusto di amaro, che in questo caso è rappresentato dalla malinconia, dalle ombre della notte e dalla foglia appassita.
Il miele è simbolo della vita, perché nell’esistenza di ciascuno si presentano momenti infelici e demoralizzanti, che però l’uomo è in grado di superare grazie a supporti e ricordi dolci e piacevoli, proprio come il sapore predominante del miele.
Il miele è come il sole del mattino,con tutta la grazia dell’estate
e il fresco antico dell’autunno.
E’ la foglia appassita ed è il frumento.
Oh divino liquore dell’umiltà,
sereno come un verso primitivo!
Tu sei l’armonia incarnata,
lo spirito geniale di liricità.
In te dorme la malinconia,
il segreto del bacio e del grido.
Dolcissimo. Dolce.
Questo è il tuo aggettivo.
il segreto del bacio e del grido.
Dolcissimo. Dolce.
Questo è il tuo aggettivo.
Dolce come il ventre di una donna.
Dolce come gli occhi dei bimbi.
Dolce come le ombre della notte.
Dolce come una voce.
Dolce come gli occhi dei bimbi.
Dolce come le ombre della notte.
Dolce come una voce.
O come un giglio.
Per chi ha in sé la pena e la lira
tu sei il sole che illumina il cammino.
Equivali a tutte le bellezze, al colore, alla luce, ai suoni.
Per chi ha in sé la pena e la lira
tu sei il sole che illumina il cammino.
Equivali a tutte le bellezze, al colore, alla luce, ai suoni.
Il vino, simposio e ricerca dell'armonia. Alceo e Charles Baudelaire
Il vino era il perfetto accompagnatore di ogni simposio, un dono divino, creato per allontanare le sofferenze, come se fosse dotato di poteri che garantissero l’autenticità e la veridicità dei pensieri. Proprio per questo Alceo esorta a bere senza moderazione, cercando di mettere le preoccupazioni da parte: ritiene che l’unico modo per combattere la fugacità del tempo sia saper godere dei piaceri del vino, per trarne gioia.
Alceo fr.
346
« Beviamo.
Perché aspettare le lucerne?
Breve il tempo.
O amato fanciullo, prendi le grandi tazze
variopinte,
perché il figlio di Zeus e di Sèmele
diede agli uomini il vino
per dimenticare i dolori.
Versa due parti d'acqua e una di vino;
e colma le tazze fino all'orlo:
e una segua subito l'altra. »
(Trad. di
Salvatore Quasimodo)
Il vino di Baudelaire viene rappresentato
privo di ogni accezione edonistica, ma si trasforma in qualcosa di
raffinato, di buono ed eccelso. Esso non è un semplice strumento di
evasione dalla realtà dolorosa, o un ausilio per la scrittura. Nel vino
si rispecchiano tutte le metafore che hanno a che fare con i piaceri
della vita, dai più grandi a più piccoli, dai più innocenti ai più
misteriosi. Il conforto della bellezza trova in questa bevanda, che
Baudelaire definisce “ambrosia vegetale”, la sua massima essenza.
In
questa poesia, il vino sembra subire una personificazione, parla con
l’uomo e desidera finire nel suo corpo, consapevole che dalla loro
unione nascerà qualcosa di buono e raro. Il legame che unisce uomo e
vino si dimostra in questo testo indissolubile, non solo perché il vino
si accompagna alla nascita della poesia, ma perché, per averlo come
prodotto finito, all’uomo sono necessari dedizione, fatica e sudore. Il
vino è dunque un amico primitivo e sincero dell’uomo, un amico fidato,
in cui è sempre possibile trovare un sostegno, grazie alla dolcezza e
alla delicatezza del suo gusto.
Dentro le bottiglie cantava una
sera l'anima del vino:
“Uomo, caro diseredato, eccoti un
canto pieno
di luce e di fraternità da questa
prigione
di vetro e da sotto le vermiglie
ceralacche!
So quanta pena, quanto sudore e
quanto sole
cocente servono, sulla collina
ardente,
per mettermi al mondo e donarmi
l'anima;
ma non sarò ingrato nè malefico,
perchè sento una gioia immensa
quando scendo
giù per la gola d'un uomo
affranto di fatica,
e il suo caldo petto è una dolce
tomba
dove sto meglio che nelle mie
fredde cantine.
Senti come echeggiano i
ritornelli delle domeniche?
Senti come bisbiglia la speranza
nel mio seno palpitante?
Vedrai come mi esalterai e sarai
contento
coi gomiti sul tavolo e le
maniche rimboccate!
Come accenderò lo sguardo della
tua donna rapita!
Come ridarò a tuo figlio la sua
forza e i suoi colori!
Come sarò per quell'esile atleta
della vita
l'olio che tempra i muscoli dei
lottatori!
Cadrò in te, ambrosia vegetale,
prezioso grano sparso dal
Seminatore eterno,
perchè dal nostro amore nasca la
poesia
che come un raro fiore s'alzerà
verso Dio!”
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